HOME PAGE

LA STORIA

Eretum fu fondata dai greci molto tempo prima che nascesse Roma e fu dedicata a Giunone (in greco: Era), dal cui nome sarebbe derivato l'attuale denominazione. Al tempo dei Sabini, Eretum era un piccolo villaggio di appena 20 capanne, i cui abitanti agricoltori e pastori sapevano difendere il bestiame dai ladri, ma non contrastare le invasioni di armate nemiche. Data la totale assenza di reperti archeologici, non è possibile stabilire con certezza l'esatta ubicazione di Eretum, che alcuni ritengono sorgesse in località di Grotte di Marozza e altri la localizzano a Sant'Anzino, lungo l'attuale via di San Martino. Il toponimo ricordato in età imperiale come Campum Rutundum, trasformato successivamente in Castrum Rotundu, Monteritonno e Monterotondo, deriva dalla forma tondeggiante del colle sul quale viene costruito il nucleo primitivo del borgo.Citata anche da Virgilio tra le città sabine che presero le armi contro Enea, Eretum è ricordata dagli storici antichi sopratutto come teatro delle lotte tra romani e sabini in età monarchica.





Il 20 maggio 1012 furono donati all'abate di Farfa, Guido, due casali " positos foris pontem salarium milia plus minus XV in fundo qui vocatur Campum rotundum ". In data 14 marzo 1081, Gregorio VII prese sotto la sua protezione il monastero di Farfa, ribadendogli tutti i privilegi precedenti.." ..poium vero de Numentana, cum omnibus suis ecclesiis atque pertinentiis ad Campum rotundum cum ecclesia..." Il suo nome è ancora Campum rotundum, soltanto intorno al 1152 apparirà la denominazione di " mons rotundus" dopo che il casale si è trasformato in castello e il luogo di culto in ecclesia . Sorge così il "castrum" medioevale intorno al quale inizia la storia sociale di Monterotondo.









A partire dal XIII secolo la storia di Monterotondo si identifica con quella delle famiglie nobili romane che ne ebbero la signoria, prima quella degli Orsini, poi quella dei Barberini. Famiglia tra le più illustri di Roma, gli Orsini andarono accrescendo la loro potenza sia da quando unmembro della loro famiglia Giacinto Orsini, salì al soglio pontificio con il nome di Celestino III (1191-1198) che quando con il pontificato di Nicolò III, fratello di quel Rinaldo dal quale discendono Orso Orsini e gli Orsini di Monterotondo. Il momento più glorioso per il ramo eretino fu però quando Clarice Orsini andò in sposa nel 1468 ad un grande protagonista del Rinascimento, Lorenzo il Magnifico. Tra la fine del 1500 e gli inizi del 1600, la famiglia degli Orsini conosce un periodo di difficoltà ed è costretta a vendere il feudo ai Barberini che ottengono l'elevazione di Monterotondo a ducato ed avviano una serie di trasformazioni urbanistiche: l'edificazione della chiesa di Santa Maria Maddalena ( il Duomo) e la creazione dell'asse stradale che collega Piazza del popolo a Piazza del Duomo .





Nel centro storico di Monterotondo sono facilmente distinguibili le fasi della sua edificazione: quella medievale, in cui il tessuto urbano segue la natura del terreno e gli edifici tendono a ruotare lungo il pendio del Monte della Ginestra, e quella rinascimentale (vedi via Cavour), in cui il tracciato non è più il frutto di una successione casuale di edifici ma di un progetto razionale.













La Rocca, oggi Palazzo Comunale, venne adattata da Franciotto Orsini (nel Cinquecento, sotto il pontificato del cugino Leone X), al gusto rinascimentale. Di notevole interesse il portale che orna l'ingresso del castello e il vaso della cisterna in un piccolo cortile interno con stemma papale mediceo e stemma Orsini prelatizio. Dal grande cortile circondato da colonne ottagonali, attraverso la Scala Reale, si giunge al piano nobile decorato nel Cinquecento. Le stanze intatte sono solo quattro: di notevole importanza nella Seconda Sala gli affreschi di Girolamo Siciolante da Sermoneta, che rappresentano episodi del mito di Adone alternati a figure di divinità ispirate a tipologie raffaellesche.










Nella Terza Sala, affrescata nel 1581 da Paul Bril, è visibile una preziosa veduta di Monterotondo, inserita tra paesaggi e scene di caccia. L'ultima stanza, decorata per volontà dei Barberini alla fine del Seicento, presenta un soffitto a botte decorato con un affresco in cui compaiono Amore, Tempo, Ore e Fama, forse opera di Giacinto Calandrucci. Nel Centro storico, poco distante dal castello, si trova la seicentesca Chiesa di S. Maria Maddalena, con all'interno tele di C. Maratta e G. Crescenzi e un bel soffitto di D. Pistrini. Nella Chiesa di S. Maria delle Grazie troviamo uno dei monumenti più belli del Quattrocento laziale, eretto in onore di Giordano Orsini dal fratello, il Cardinale Battista Orsini.










In uno dei saloni principali del piano nobile, si conserva una decorazione ad affresco rappresentante il mito di Adone. Il ciclo, che si sviluppa lungo una fascia continua che occupa la parte superiore delle pareti, risale al Cinquecento: venne eseguito da un artista di scuola raffaellesca, Girolamo Siciolante da Sermoneta, tra il 1554 e il 1560. La scelta del tema di Adone non è casuale. La rappresentazione del suo mito e la scelta chiave di taluni specifici episodi della sua vita sono funzionali agli intenti celebrativi dei committenti: riferimenti araldici e alle gloriose gesta della famiglia Orsini costellano infatti le scene. Le quattro fasce rappresentano, fedeli al racconto delle Metamorfosi di Ovidio, altrettanti momenti della vita di Adone. La Nascita di Adone è preceduta dalla scena con Mirra inseguita da Cinira, suo antefatto: Adone è infatti frutto dell'amore incestuoso tra Mirra e il padre Cinira. Innamorata del padre per tremendo sortilegio di Venere, Mirra era riuscita a trascorrere diverse notti con lui senza che questi ne scoprisse l'identità: smascheratala, il padre, furioso, iniziò a inseguirla per la stanza, come mostra l'affresco. La giovane si salvò solo grazie all'intervento degli dei che, invocati, la trasformarono nell'albero di mirra. Adone nacque infatti, grazie all'aiuto delle Naiadi, dalla corteccia dell'albero. Seguono, sulle altre pareti la rappresentazione del suo amore con Venere, perdutamente attratta dalla bellezza di Adone, e la sua morte, avvenuta in seguito a una battuta di caccia. Il pittore rappresenta in questo caso i diversi momenti descritti dal racconto ovidiano: Venere che sorvola un cielo costellato di nubi nere sul suo carro trainato dai cigni; Adone fatalmente ferito da un cinghiale mentre era impegnato nella caccia; Adone che muore tra le braccia di Venere. L'intenzione celebrativa del programma iconografico qui illustrato presenta più livelli di lettura. Nell'ultimo episodio vi è ad esempio un esplicito richiamo allo stemma degli Orsini, la rosa rossa. Il mito vuole, infatti, che proprio il sangue del morente Adone abbia dato origine a questo fiore: nella Morte di Adone è infatti rappresentato un amorino nell'atto di cogliere con una mano una rosa bianca in un roseto e di tenere con l'altra una rosa rossa, alludendo evidentemente a questa favola. Nell'interpretazione che si dà al mito, Adone è simbolo dell'avvicendarsi delle stagioni e alla capacità di rinascita della terra: accanto alla celebrazione della casata degli Orsini si fa dunque esplicito riferimento anche a Monterotondo, esaltandone la fertilità dei suoi campi e la ricchezza delle sue terre.

Il richiamo al feudo orsiniano è tanto più esplicito se si considera la presenza, ai lati della raffigurazione della Morte di Adone, delle due divinità di Diana e Flora: legata alla caccia l'una e alla fertilità della terra l'altra, queste celebrano proprio le principali attività produttive ed economiche di quella zona, per le quali Monterotondo era celebre. Anche la presenza di Venere e Minerva, poste ai lati della Nascita di Adone, confermano l'allegoria naturalistica della rappresentazione. Lucrezio ad esempio parla della dea come forza feconda che muove il mondo, mentre Minerva, la vergine guerriera, era considerata, in relazione al mito di Erittonio, la dea della fecondità. La presenza di Minerva è comunque da considerare come ulteriore riferimento alla casata degli Orsini: Minerva era infatti nata a Rodi, celebre per essere l'isola delle rose. Nella scelta del mito di Adone, così come nella decisione di far eseguire sugli scomparti del soffitto a cassettoni trofei composti da armi turche, ricordo dei successi riportati da Giordano Orsini nella lotta contro gli infedeli, gli Orsini sottolineano la gloria della famiglia legando inoltre il feudo di Monterotondo, la sua ricchezza e il suo benessere, alla munificenza della loro casata.

Successivamente Monterotondo viene acquistata dalla famiglia genovese dei Grillo, poi nel 1814 dalla famiglia dei Boncompagni.




Fu testimone, nel 1867, della Campagna dell'Agro Romano per la liberazione di Roma. Il 26 ottobre Giuseppe Garibaldi vi entrò con i suoi volontari bruciando Porta Romana, oggi Porta Garibaldi. Cimeli della Campagna del 1867 riferiti a Monterotondo, sono nel Museo della Campagna dell'Agro Romano per la liberazione di Roma in Mentana.











© Copyright 2007 Noi Monterotondesi